indice del diario

ricordando che il blog ordina dalla fine all'inizio la mia piccola epopea, elenco in ordine cronologico le tappe del viaggio... le tappe possono essere trovate nella sezione a destra "elenco tappe per giorno"...

buona lettura!

agosto


12 - partenza, controlli "antiterrorismo" all'aeroporto, il vento a keflavik e le prime visioni
13 - hellisheiði, il sud s'affaccia e "la storia infinita"
14 - illusione, vento assurdo e come ammazzare il tempo
15 - verso þingvellir, un martini da 12 euro, notte ghiacciata
16 - kaldidalur, finalmente la discesa, grossi problemi tecnici, fame e il mio rottame
17 - passeggiata verso akranes, perlustrazione della cittadina
18 - hvalfjörður, gesù che fatica, la vista di reykjavik col turbo in corpo e...?
19 - corsetta di defaticamento, in giro, in giro
20 - giornata svacco, fotograficamente perfetta e yannick noah
21 - lavatrice, testa contro il palo della luce, i torinesi (non sono sempre grissini)
22 - il conto della riparazione della bici (basta quello!)
23 - giornata museale, alaska e shalom
24 - verso est, þorsmörk o vik?, il mitico totti, i tre-tre
25 - giretto sopra skògafoss, verso ovest, i magnifici 7 ed hella
26 - landmannalaugar, pioggerellina del menga, mi sento sicuro nel mio blu
27 - uao, uao, uao! e la cena più schifosa della storia umana ad hella
28 - verso geysir, vento contro... minchia, ventro contro... ma vinco io!
29 - gullfoss, la ragazza solitaria, a selfoss sul velluto ed il portafogli "perso"
30 - sojuz njerushimij, verso le vestmannaeyar ed il golf club
31 - ciao ciao heimaey, il mio primo (ed unico) autostop, si torna in capitale

settembre

1 - cosa c'è ancora da vedere qui?, la partita di calcio
2 - l'ultima cavalcata, l'aereo e la claustrofobia

2 settembre


si parte alla grande? beh, se una terrificante sveglia alle cinque e tre quarti può aiutare non lo so. dopo pochi attimi di indecisione sento comunque il tempo scorrere davvero in fretta. la power colazione è meno potente del solito perché mancano i panini alla marmellata. non so quando mangerò nuovamente il mitico "marmor".
la doccia è calda e quest'oggi non mi va di canticchiare.
bisogna finire di chiudere le borse: la tenda è praticamente intrisa in ogni punto d'acqua. l'umidità stanotte è stata elevata e sebbene il mattino sia sereno la forza del sole è insufficiente ad asciugare una briciola di nulla. piegare la tenda e soprattutto stritolarla nella borsa non è facile. ho le mani fredde e bagnate. purtroppo le mitiche adidas bosnia dovrò lasciarle qui alla mercè del primo uomo che metterà mano sul "price free" del camping.
una delle migliaia di cose delle quali proverò malinconia.
ma è solo un oggetto e... non si sente più di tanto.
la frenesia aumenta e tutto sta in tutto.
tutto in tutto c'è.
la partenza avviene. per l'ultima volta saluto laugardalur, salgo su verso il kringlan e giù per miklabraut... giù per vie che ormai comincio a chiamare per nome... giù con le borse appese alle orecchie della bicicletta...
ci mancava pure questa. dopo le frenate con le mani sulle placchette, il rumore della ruota dietro, gli scalini spericolati, adesso anche le borse sul manubrio... davvero alla guida di questa pseudobicicletta non sono passato inosservato... forse anche perché è d'un colore giallo canarino acceso...
le borse in equilibrio precario, già.
ecco il terminal bsi: appoggio il rottame ad una parete vicino alla porta d'entrata. lo saluto con una carezza sulla manopola del cambio ed una pedata soda sulla ruota posteriore.
orgoglio e delizia, disprezzo e indifferenza.
stupido indispensabile rottame. chi ti cavalcherà adesso?
quanti pochi chilometri farai?
chi se ne fregherà di te? ti butteranno via?
parte il bus per keflavik, sono le otto e trenta. spaccate.
sento che tutto sta finendo anche se il vero suono di sottofondo è il motore del bus. sento che tutto sta finendo o ricominciando? non ho molte parole in queste ultime ore. l'aereo arriva in ritardo, di tre ore sulla tabella di marcia. me ne sto per molto tempo a guardar per aria, a sbuffare, a credere di poter ancora tornare indietro, credere di poter andare avanti meglio.
il gate si apre, posso solo andare da quella parte. vedo molti volti meno tesi di prima.
quasi per tutti casa s'avvicina.
non ho molte altre parole. questo viaggio è stato tale.
ha superato le mie aspettative e me n'ha date di nuove.
tutto è diversamente uguale come prima.
con un sorriso rinnovato.
torno grazie a me.

good news

fine


post scriptum
il racconto è interamente basato sui miei appunti di viaggio (l'utilissimo mini moleskine). ogni riferimento a persone, cose, situazioni è reale. a volte la realtà supera la fantasia. a volte mi sembra di vivere la fantasia. io sogno quotidianamente che la fantasia diventi la mia realtà.
perché no?
...
a volte penso a quello che è successo e non ci credo. non ci credo.
non ho mai preteso d'essere un poeta.
non ho mai preteso d'essere un narratore. né un grande viaggiatore.
prendete tutto questo così com'è.
grazie infinite per attenzione e per l'eventuale comprensione 

1 settembre


purtroppo pure stamattina mi sono svegliato prestissimo. erano le cinque e fiammiferi. ho atteso un po' con impazienza il sonno riaccendersi ed ho tirato fino alle sette. mi sono alzato.
non ce la facevo più ad aspettare a far qualcosa per il giorno.
la colazione non è stata in grande stile perché ieri sera al 10/11 non avevo trovato il mitico "marmor", la mia delizia del mattino: non avevo proprio trovato questo granché... oltre all'avvenente passante nei dintorni, naturalmente.
così mi sono dovuto accontentare di una montagna di biscotti piuttosto anonimi.
dopo aver svuotato tutto quello che contenevano disordinatamente lo zaino e le borse di marco cappellone, ho cominciato a far mente locale sulle ultime cose che potevo fare e che dovevo fare.
la prima incombenza è stata fare una lavatrice all'ostello. per passare un po' il tempo inizio la lettura di un libro del quale mi dimentico il titolo... no, forse lo ricordo è... "il signore delle mosche". l'inizio è intrigante, come le successive cinquanta/60 pagine circa. vengo improvvisamente interrotto in questa fase aulica (quante volte mi si vede leggere un libro tutto d'un fiato?) da una signora australiana sulla sessantina abbondante che non sa come mettere in funzione la centrifuga della lavatrice. la situazione s'è presentata un po' comicamente perché lei stava gironzolando un po' ovunque per avere delle spiegazioni con in mano i suoi vestiti bagnati. anche se il mio tedesco è scadente, comprendo quale tasto premere sulla meccanica mìele, aiutato anche dalla grafica (un vortice, più che una centrifuga, non dovrebbe indicare), anche se prima chiedo conferma alla reception, dove kim mi dice "non lo so, non so una parola di tedesco"... ottimo...
insomma alla fine la missione centrifuga viene completata: è potentissima, infatti sembra di sentir partire un 747...
già, lavandai e la solita scusa per due chiacchiere con una persona, alias la signora australiana, molto cordiale e pseudobritish come tutti gli/le aussie di una certa età. dopo una mezz'oretta la signora mi saluta assieme al marito, giunto solo per ritirare il prodotto interno lordo asciutto. passa qualche minuto, mentre sto usando l'asciugatrice, e mi si presenta un tipo bavarese, una specie di fighetto alternativo biondiccio che pare non tirarsela più di tanto. sulle prime è gentile, poi si dimostra cordiale infine simpatico. parla un discreto italiano, anzi ottimo se paragonato al mio pseudotedesco. dopo un po' d'islanda passerà alla norvegia ma gli consiglio di fermarsi alle faer oer. studioso di sociologia, il lavandaio di rosenheim vive a vienna. mezz'ora di parole e ci si vedrà. chissà.
sto per finire il lavoro quando entra nella saletta tale josè, madrileno de madrid. orcas vaccas, comincias a parlares a rodas ed ios non riescos a starghes dietros. parla il tipico ispanoinglese sfrontato e decisamente cacofonico; gonfia il petto dicendo di pagarsi il viaggio lavorando nei dintorni. bravo josé, ti stringe la mano e ti racconta la vita.
mentre me ne vado su per le scale provo un po' mi rammarico per non aver potuto parlare un po' di più con lui. fatto qualche scalino sento chiamare il mio nome: josé mi passa le mutande che ho dimenticato nella lavatrice... che non si fraintenda... qualche mezz'ora prima avevo restituito al proprietario un paio di calzini rinvenuti nel cestello... il mondo è sempre piccolo davanti ad una lavatrice a gettoni.
tornato al camping, preparo il rottame e vado in città a fare un bel giro per le ultime compere. durante il tragitto sento qualcuno che mi saluta forte: ah, il gruppo polski!
mi reco alla stazione bsi così il biglietto per domattina è già pronto: un pensiero in meno.
passo in centro e vado a kolaportið, alias il mercatino delle pulci.
minchia è chiuso.
stupido, è venerdì!
minchia è chiuso...

the orangeman

produco un po' di fotografie girovagando per strade che non avevo ancora calcato ed il vento mi spinge verso il kringlan. cerco qualcosa in giro, borbotto cose e pensieri, mah.

mi faccio fare un ciddì con le fotografie rimanenti del viaggio e torno al campeggio per pranzare. il pomeriggio è il prodotto di un macabro stillicidio di secondi persi a cercare un regalo che non c'è per mia sorella ed il babbo. cerco disperatamente una maglietta con una chicchessia scritta in autoctono tipo "festa della papaya di egilstaðir" o "cineforum gospodin trentini di akureyri"... nulla, zero, deserto.
niente che vuoto.
vado su e giù dalle parti di laugarvegur, passo mezz'ora al sirkus, mica due minuti.
ancora niente che vuoto.
dico mezz'ora al sirkus, qualcosa ci sarà! macché...
sconvolto, passo allo smekkleysa. oltre ai vestiti di björk del video "who is it", ci sono una marea di vestiti retrò: vecchie tute, cose del genere... praticamente ho notato che si è alla moda solo se ci si veste come andavo a scuola io alle medie... praticamente un barbone postgrunge di metà anni '90 appena uscito da un allenamento di badminton... ma guarda te com'ero avanti all'epoca... a saperlo avrei tenuto tutte quelle schifezze...
extra a segnare ancor più sul mio volto la delusione, il fatto che verso le 1sette si sarebbe dovuto tenere in zona un concerto dei "reykjavik" ma... alla fine nulla di fatto. mah. nemmeno questa.
disperato, mi reco nuovamente al kringlan in cerca di idee (?) ed alla fine devo ancorarmi su una maglietta pseudocalcisitica da "supporter obeso della curva nord con elmo di plastica finto sulla testa".
questa va a mia sorella.
al babbo destinerò un libro tutto sommato fenomenale di un fotografo locale. m'è costato cinquanta sacchi ma... alcune delle immagini sono belle da rabbrividire.
e per me?
un maglione molto icelandic tanto ho già la maglia della maratona.
torno al campeggio un po' mogio e trovo fra le tavole i polski che pensavo fossero ancora in giro. il ragazzo, mark, mi passa del risotto pepatissimo che baratto per del pane e prosciutto. ana bionda ed ana mora hanno già comprato le cartoline, proprio come avevo fatto io: le cartoline si scrivono e spediscono subito. guai attendere!
si passa una mezz'oretta, i ragazzi cominciano a fare i piani per il giorno dopo. mi preparo quindi un altro po' di cena sul modello della colazione mentre a pochi metri di distanza si sente un inno italiano.
eh?
dallo stadio di calcio? perché? paparapaparapaparapa parapappappà!
fumo una cicca ed al mio tavolo arrivano due tipe, entrambe di una simpatia squisita. in venti minuti manco mi degnano d'una parola, figurarsi d'uno sguardo. me ne vado e le saluto. nemmeno un accenno di risposta.
davvero delle anime notevolissime.
esco per avviarmi al concerto del quale òskar m'ha parlato ieri e passo affianco allo stadio mentre la gente sta uscendo: da poco avevo sentito il triplice fischio della fine ostilità. chiedo ad un gruppo di ragazzotti chi diamine avesse giocato la partita: un magrolone mi dice s'è disputato il match italia-islanda under 21, valevole per gli europei. sulle prime rido. poi dico "anche questa mi sono perso oggi!".
non che muoia per vedere il calcio, ma sai che bello essere uno dei pochi italiani sugli spalti con addosso una maglietta da hooligan islandese! e gridare a squarciagola "forza i..."... no!!!
"forza o bello scarpone bagnato da 3 o più mari..."
amen.
faccio un po' di passi e cerco il concerto. non lo trovo. chiedo un po' in giro ma mi dicono che è in centro. occhei, fra me è òskar c'è stato un misunderstanding profondo. credo d'aver capito solo adesso la frase del batterista. amen. oggi non me n'è andata bene una, figurarsi se mi può consolare il bel tempo!
faccio altri quattro per mille passi e lo stomaco comincia a brontolare. non è fame, sto sinceramente malino e c'ho un po' le scatole rotte. non ho nastro adesivo. non posso sempre essere supercontento ed iperattivo.
rientro in tenda. odio l'ansia da viaggio anche se non l'hai mai chiamata.
vuoi che non ti prenda ma ti prende.
sto per addormentarmi quando mi viene un "eureka!" per trasportare i bagagli al terminal bsi anche senza portapacchi. il mal di stomaco rientra ma ormai gl'occhi stanno per chiudersi.
'notte mondo!

31 agosto

mio dio che sogno ho vissuto stanotte!
sveglia alle sei spaccate: l'orribile canto del gallo digitale nokiano colpisce ancora. purtroppo i miei occhi ingranano a fatica ma quando il pensiero va alla colazione tutto si rianima come d'incanto. certamente la colazione non è stato il primo pensiero ma questo non posso ricordarlo la sera. nel baracchino multiuso trovo la coppia che la sera prima ho incontrato uscendo dalla doccia.
sì, infatti ieri mi sono fatto una doccia fredda invece di una calda: dimostrazioni meridionali di apprezzamento del regime termico nordico?
no, semplicemente sfortuna o poca curiosità.
in pratica dopo aver girato la manopola rossa dell'acqua sotto la doccia il risultato era alquanto algido. non provando l'altra (chissà quale pinguino avrebbe gradito quella eventuale temperatura) ho optato per la doccia freddina. all'uscita quindi ho scoperto con sorpresa che sarebbe bastato invece girare la manopola blu perché qualche buontempone aveva scambiato i pezzi del rubinetto... che simpatico santerellino... dov'ero? ah, sì, la coppia in cucina.
beh, sono due tedeschi ben assortiti, nel senso che si compensano oltre che in loquacità anche in bellezza, che stanno girando l'islanda in autobus. si racconta un po' cosa si vuol fare, cosa s'è fatto e cosa si sta facendo, il tutto con molta tranquillità bavarese. si ride un po' sui mondiali di calcio e sul miracoloso exploit teutonico: "i suppose we arrived there just for klinsmann!", dice il tipo. non so se un allenatore possa essere un surrogato di due glutei affiancati, però...
vado a lavarmi la faccia e torno in tenda ripassando davanti al baracchino. il tedesco mi urla: "don't forget the hat... we're not in tuscany here!"... giustamente... è vero, mi stavo scordando il mitico berrettino: già ho perso l'altro non so come...
la tenda è bagnaticcia ma probabilmente il vento l'asciugherà in questi minuti di preparazione alla partenza da vestmanneyar... vacua illusione... si prepara tutto e via verso il porto a bordo del rottame. salgo sul traghetto un po' per il rotto della cuffia. si lascia heimaey con un piccolo groppo alla gola ma con la gioia di aver potuto godere delle straordinarie bellezze dell'isola durante un pomeriggio radioso.
oggi il cielo è decisamente coperto e minaccia qualche bombardamento lacrimoso. sul battello pago dazio per lo sforzo di ieri: mi sento piuttosto stanco, diciamo che un elefante a confronto può darmi il pane in una gimkana qualsiasi. continuo a far calcoli su come arrivare ad hella senza grandi sconvolgimenti dei piani. l'autobus dal porto fino a selfoss c'è ma da li fino ad hella no. ci sarebbe la sera ma il tempo sarebbe insufficiente per avere una coincidenza del ritorno verso la capitale con il bus della sera... mmm... che fare... si vedrà. ogni problema ha il suo tempo. arrivato a þorlakshöfn prendo qualcosa da mangiare e lo consumo al volo. controllo il catorcio su due ruote. raggio rotto qui, raggio rotto la... un totale di due raggi e l'islanda è questa qua! bene, bene, si risolve così il mistero della ruota ancora sfarfallante... mi chiedo per la millesima volta che razza di pezzo di ferraglia mi sia portato appresso.
a mezzogiorno spaccato arriva il bus per selfoss. l'autista si ascolta allegramente la radio. ad eyrarbakki sale una signora anziana che comincia a parlottare col traghettatore di anime. qualche centinaio di metri il bus si ferma ad un negozio: la signora deve comprare presumo qualcosa da mangiare. anche questa è l'islanda.
a stokkseyri si vedono i bambini della scuola elementare seduti sul marciapiede assieme alla maestra, che stanno disegnando le case attorno: mi sembra di tornare bambino quando facevamo i giri per volano a disegnare edifici e provare qualche paesaggio.
a selfoss scendo con tutto il mio ambaradam ma sono vestito da ciclista. non devo usare la bicicletta: perché mi sono vestito così stamattina? boh... e comunque, dove e come posso cambiarmi? idea semplice: basta andare di nascosto ai bagni del camping. detto-fatto, mi fiondo proprio li e dopo essermi introdotto nei bagni quatto-quatto, me ne esco bello (?) cambiato come fossi nuovo: ho trovato la vera cabina di clark kent.
mentre torno verso la via principale butto via l'inutile copertone scassato che tenevo per scena più che per necessità. parcheggio la bicicletta nel primo posto che capita, tanto ho molta fiducia nell'onestà di questa gente e soprattutto... chi è quel folle che ruberebbe un tale "coso"?
eccoci al clue... ora bisogna fare autostop per hella. non l'ho mai fatto. come andrà?
mi dirigo a piedi verso est a bordo strada, col mio zaino in spalla... passa il tempo ma auto non ne transitano malgrado sia l'una del pomeriggio... un furgone nero s'avvicina... fuori il pollice destro... chissà se... e la fortuna gira ancora... in modo assurdo...
il furgone nero accosta e salgo stravolentieri. l'autista è tale òskar e mi sembra uno che alla guida sia piuttosto speedy. il tipo occhialuto, rappresentante di dolciumi di 22 anni, non è altro che il batterista autodidatta della band emergente "lokbrà". ha provato a spiegarmi cosa vuol dire ma proprio non me lo ricordo. musica tipo anni settanta, mette su un ciddì in sottofondo e cominciamo una piacevole conversazione. si parla di musica, dell'assolo the mule, quante volte si trovano a suonare e come inventano i pezzi. poi parliamo un po' della lingua, del tenore di vita islandese, dello stipendio. un vero concentrato di varie conversazioni tutto in meno di venti5 minuti. il ciddì cresce e comincia a gonfiare il sub-woofer. domani sera i lokbrà terranno con altre cinque band un concerto a reykjavik. mi spiega dove andare e conto d'essere fra gli scalmanati del pubblico. domani sera sarà domani.
mi dice dove devo scendere: a me basterebbe al distributore ma lui non vuole proprio sentirci, insomma, mi porta davanti alla casa di sunna. lo ringrazio tantissimo e lui mi offre un passaggio per reykjavik quaranta minuti dopo perché tornerà in capitale per sera... ma prima deve passare per hvolsvöllur. lo saluto ancora mentre sgomma e se ne va. fra 40 minuti...
sulla porta di casa di bjarni trovo un bellissimo biglietto che purtroppo dice, fra le altre cose, che qualcuno tornerà a casa ma solo verso le cinque...
mmm, passare quasi tre ore di tempo ad hella? da solo?
o tornare con òskar in città e sfruttare la fortuna?
intanto vado verso il fiume e sto un po' a guardare i pescatori agitare la canna in aria. quaranta minuti dopo arriva puntualissimo òskar col furgoncino. apro la portiera e gli dico che... declino il gentile invito augurandomi di vederlo domani sera. sinceramente poi non so come fare a ringraziarlo e gli offro una birra al bar. inizialmente fa molti complimenti poi ce la beviamo, un po' alla svelta perché deve proprio fuggire. dopo due parole riparte sgommando alla grande. che tipo!
vado al bar del campeggio a scrivere un po' per passarmi il tempo ed alla radio mi propongono una cover di biagio antonacci cantata in islandese. la canzone era quella che ha il ritornello "quanta vita c'è"... lo dico alla cameriera che rimane un po' delusa (sperava fosse originale la versione islandese? solo noi italiani possiamo bullarci di simili schifezze...).
mi reco lentissimamente alla posta a comprare una cartolina.

living in a glasshouse 

uscendo vedo una signora che mi osserva come per dire "ti ho già visto da qualche parte". ed io la fisso come per dire "già, pure io credo d'averti visto da qualche parte.": insomma chi è se non ròsa che torna da lavoro? dapprima ridiamo, poi ci abbracciamo ed andiamo verso casa. da qui seguirà un'ora di chiacchierata con tutta la famiglia che arriverà alla spicciolata. tra un sorso d'un caffè e qualche dolcetto, si parla essenzialmente del viaggio e di come va la vita. si ironizza molto sul pollice su. sunna s'è fatta i capelli scuri e sinceramente li porta bene mentre birna non è cambiata una virgola, punto.
bim, bum, bam, insomma li lascio con un ringraziamento forte per l'accoglienza e... chissà se ci si rivedrà. svoltato l'angolo vedo hekla che corre per strada... fa troppo ridere...
comunque è vero, in islanda devo vedere ancora molte cose... tornarci... perché no? askja, isafjörður, skaftafell e soprattutto starmene un po' di tempo ad heimaey... e... che la fortuna m'aiuti ancora...
già. m'aiuta ancora!
arrivo al distributore già con la testa ad alzare il pollice quando sta per partire il bus (inaspettatamente li per non so quale motivo, giuro ho controllato due volte tutto l'orario) per reykjavik. senza esitare lo prendo al volo.
a selfoss faccio le corse per recuperare la bicicletta e caricarla. la pausa dovrebbe essere brevissima ma (fortunatamente) tutti i viaggiatori devono cambiare mezzo perché quello su cui sedevano non aveva sufficiente spazio bagagli; quindi ho avuto abbastanza tempo per recuperare il catorcio e portarlo con me.


sadness

go west! si passa hellisheiði attraverso l'aria fresca del tramonto che prepara il suo piccolo spettacolo quotidiano. di tutte le volte che sono passato da queste parti, beh, questa è sicuramente quella che ricorderò con più piacere.
ecco la skyline di reykjavik ed i suoi mille bracci meccanici gialli ed arancio. dalla bsi a laugarvegur me la prendo con comodo. dopo aver piantato la tenda vado a fare la spesa. strapazzo un po' la bici andando su e giù per i marciapiedi, divertendomi. una ragazza molto carina (altri userebbero termini meno politically correct) mi chiede una cicca pensando sia un tipo piuttosto alternativo. "sorry, i left 'em in the tent!". mi lascia con un sorriso. adoro le cose semplici.
ceno assieme ad una combriccola di polski: due ragazze ed un ragazzo al primo giorno di viaggio. mi chiedono un sacco di informazioni ed io non posso tirarmi indietro, soprattutto consigliandogli itinerari, pro e contro su certe visite o siti. il ragazzo vorrebbe vedere un vulcano attivo ed è molto rammaricato di sapere che attualmente tutti i vulcani sono in vacanza...
"i hope a vulcano will wait to explode until sunday..." gli dico piuttosto chiaramente.
sono ragazzi molto simpatici: forse domani li incontrerò in giro al concerto allo smekkleysa.
penso che per i rapporti personali sia stata in assoluto la giornata più bella che ho vissuto durante questo viaggio. vado a letto con un sorriso vero nella mente.
questo viaggio sta terminando nel migliore dei modi. me lo merito, vista la fatica.
sì, mi addormento con il sorriso della bambina ad hella che stava guardando il mondo trascorrere dalla staccionata dell'asilo. m'ha guardato come fossi davvero un viandante e m'ha salutato con quella grinta per dire: vai avanti col tuo viaggio. il sorriso e la manina che salutava.
non ci posso far nulla. mi piacciono troppo le cose semplici.

30 agosto

ahh! sveglia che oggi si va in barca!
lassù qualcuno ha steso un lenzuolo azzurro, il corredo delle feste: sto già gongolando...
dopo la power colazione scopro che le ragazze nella tenda accanto alla mia, ovvero quelle delle cipolle, sono già in partenza. nel camping la presenza di ciclisti è piuttosto forte: non ne ho mai visti così tanti. presumo ci siano qualcosa come dieci o dodici biciclette a pascolare per il prato.
discuto un po' con un tipo tedesco riguardo al meteo di oggi. lui vorrebbe andare verso geysir ma con vento di stamattina ci si arriva più velocemente facendo il giro della terra nella direzione opposta... siccome ho tempo fino a mezzogiorno, ovvero l'orario di partenza del traghetto da þorlakshöfn, posso prendermela davvero con molta calma. lasciata per l'ennesima volta selfoss, placidamente giungo ad eyrarbakki.

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mare, sabbia nera ed in lontananza i monti che sovrastano selfoss e hveragerði.
il sole contro, l'aria carica di piccole lame affilate.
mentre passeggio in bicicletta "alla concato", un tipo mi saluta facendo il pugno chiuso. allora pure io rispondo col pugno chiuso ed intono l'inno russo "sojuz njerushimij..." a tutto volume soltanto che in quel momento passa il tipo tedesco di stamattina con la sua dolce metà in bicicletta.
figura di merda? abitudine. sinceramente mi sono fatto una gran risata!
il tipo sinceramente m'ha guardato come per dire "questo non ha tutte le rotelle a posto"...
forse è vero. ma lui non ha le palle di andare a geysir come ho fatto io l'altroieri.

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arrivo a þorlakshöfn e noto sulla destra la costruzione della nuova circonvallazione: chissà quale immensa mole di traffico dovrà supportare! per la cronaca la "città" conta circa mille anime...
faccio un minimo di spesa, vado a prelevare un po' di liquidi e parcheggio trionfalmente il mio rottame nel ventre del traghetto. ah, nel frattempo, la ruota ha cominciato nuovamente a sfarfallare e tutto ciò mi ha fatto un po' innervosire: mai un giorno di tregua questo catorcio!
il tipo che mi sistema la bicicletta è rammaricato del fatto che possa rimanere sull'isola solo mezza giornata: avrà mai ragione? esco sul ponte ma cerco di rimanere un po' coperto perché il vento che spira in mezzo al mare è davvero pesante da sopportare. passano le miglia marine e maggiormente s'apprezzano le bellezze del piccolo arcipelago delle vestmanneyar: alte scogliere, faraglioni come torri ad innalzarsi nobili dal mare leggermente increspato, le verdi piattaforme delle isole maggiori, il riverbero del sole a cavalcare le onde.

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le isole sembrano posizionate ad arte: un vero capolavoro della natura. si giunge al porto, incuneato fra colate laviche e picchi scuri, temporanei rifugi graditi a migliaia di uccelli migratori.

heimaey! 

si sbarca ad heimaey e via subito a piantare la tenda al campeggio: guai perder tempo oggi! prima il dovere e poi il dilettevole. sinceramente dovrei aggiustare il due ruote ma non ne ho proprio voglia.
ogni metro che farò da qui in poi con il rottame risulterà faticoso, anche in pianura, sebbene qui di pianura non ce ne sia proprio l'ombra.
comincio un giretto stradale dell'isola andando verso sud. il paesaggio è stucchevole.

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passo per una fattoria abbandonata, poi salgo a piedi su un colle per fotografare la silhouette delle isole minori abbracciate dall'immensità dell'oceano.
dopo pochi minuti mi dirigo a nord verso il monte più alto dell'isola e dalla base alla vetta pare di camminare come su cuscinetti a sfera ma a landmannalaugar ho già sperimentato una tecnica faticosa ma efficace per salire senza patemi. basta affondare le punte dei piedi nelle pietruzze... è un gioco da ragazzi ma alla lunga le punte dei piedi ululano...
la vista sulla cittadina è favolosa: meno toglifiato del previsto verso il campo lavico. in lontananza si vede il mýrdalsjökull, l'hekla... una visione pulitissima... sono davvero fortunato a godermi questo paesaggio. m'accendo una cicca e me la gusto.

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più sotto, una tribù di calciatori si sta allenando: una caciara assurda.
pochi minuti dopo sono già nel centro città a scattare foto a caso, per catturare l'atmosfera che si respira: tranquillità ed un sacco di spunti per una località che in squallido turistese si definirebbe "pittoresca". per me è un po' magica.
tornando al campeggio vedo un sacco di ragazzini giocare per strada e per un po' mi viene in mente quando da piccolo andavo con i miei amici a distruggere le auto parcheggiate davanti a casa, quelle auto che il meccanico avrebbe in seguito spedito al camposanto dei motori: lo sfasciacarrozze.
sorrido e li guardo giocare. in italia potrei essere scambiato per un pedofilo in appostamento: qui mi sento fortunato di poter vedere la gioia della gente nel quotidiano.
la scena al monumento del calcio m'è davvero rimasta nel cuore.

kids

una volta arrivato in tenda valico il colle davanti al campeggio. l'ascesa è ripidissima e nonostante la fatica il panorama non mi soddisfa: certo che se avessi una vista così tutte le sere dal mio balcone... sinceramente quando si cominciano a vedere troppe cose belle, soprattutto in poco tempo, si fa presto a considerare banali ambienti o cose che singolarmente potrebbero essere praticamente straordinari.
tornato giù badando a non disintegrare del tutto il mio caro ginocchio sinistro, mi preparo la cena nel baracchino e scambio un po' di parole con dei tedeschi... strano, dei tedeschi... c'è una famigliola con due ragazzini, che stanno girando l'islanda. i casi sono due: o i ragazzini sono totalmente inconsapevoli di quello che stanno facendo o i genitori sono dei folli. secondo me sono più schizzati loro di me.
finita la cena prendo la macchina fotografica e riguardo un po' gli scatti poi decido di fare un giro serale. a parte il tramonto non c'è molto da vedere: beh, alla faccia del tramonto...
per strada ci sono le solite auto che passano e girano a vuoto, come in una specie di truman show. tutti rallentano, guardano curiosi dal finestrino come per dire "questo qua è uno nuovo..." e qualcuno cerca inoltre d'animare l'ambiente con degli schiamazzi... qualcuno che ha qualche litro di bionda dentro... ma sopraggiunge un sonno tremendo a battermi la spalla. lo seguo.
mi concedo una pisciata nella buca numero 3 del campo da golf.
mi vien da pensare che abitando in un posto così isolato, se sì è una persona antipatica, si rischia di diventare un emarginato sociale. qui si gira l'angolo e non ci sono molte alternative: l'isola è quattro chilometri per uno o 1,5... quando si cerca di andare in camporella, beh, penso ci si prenoti col biglietto come al banco degli affettati al supermarket. me li vedo al bar: "senti ciccio, io e maria alle 9 e mezzo, gigi e adalgisa alle 10... toni no... domani, stasera è troppo 'mbriaco..."
mah, comunque secondo me, si godono lo stesso. magari poco ma l'isola se la godono e magari pure la vita. buona notte.

29 agosto


sembra pioggia. no dai...
sembra pioggia perché ticchetta sulla tenda. stamattina è davvero freddino, beh, non che ieri sera in verità avessi contemplato un clima tropicale.
il vento starnutisce di continuo, non con l'intensità di ieri... diciamo che oggi è un po' meno costipato. il primo pensiero va al mio "herren" affogato nel caffelatte: quel bel mezzo mattone di carboidrati mi aspetta assieme al pane e marmellata.
no, non è pioggia: semplicemente il vento trasporta le goccioline dei geysir verso la zona del campeggio, anche se sinceramente il cielo non è davvero incoraggiante. il sole fende le nuvole a levante e la luce regala uno spettacolo insuperabile: grandi linee nere di nubi e sottili bagliori paralleli nel bel mezzo. posiziono le dita davanti agli occhi a mo' di cornice: sembra un quadro vivente.
lascio tutte le cose sul posto e mi reco a gullfoss per fare un giro. il vento non mi da molto fastidio perché viaggio scarico. così vale... durante il tragitto m'imbatto in una ragazza che sta camminando tranquilla e beata verso geysir. rallentando la saluto e le dico che le darei volentieri un passaggio ma purtroppo vado verso nord. lei sorride, mi saluta con la mano e prosegue.
arrivato a gullfoss c'è un momento comico: un'anziana signora americana mi chiede dove si trova la cascata.
in verità mi verrebbe da riderle in faccia ed a fatica riesco a trattenere questo impulso.
ma nonna, come fai a non vedere la nuvola di vapore esattamente alle tue spalle?
mah, questa gente di città...

gullfoss

avvicinandomi al canyon scambio due parole con altri turisti americani: sembra che tutto il reparto geriatria di brooklyn sia giunto qui. la gente si muove per masse: a reykjavik un po' di giorni fa avevano svuotato il reparto neonatologia... che contrasti...
le cascate, per quanto immutabili ai perituri occhi umani, rimangono comunque un tuffo al cuore. maggiormente ci si avvicina al salto d'acqua e più asciutti si rimane perché il vento contribuisce negativamente alla visita da una certa distanza.
al locale punto informazioni leggo un po' di nozioni sulla formazioni delle cascate e sull'utilizzo che se ne voleva fare. torno a geysir. sinceramente pedalo pochissimo durante quei dieci chilometri. non scatto altre fotografie dello strokkur perché quelle che ho fatto dopo colazione mi sembrano sufficientemente decenti... eppoi ora ci sono troppi ammiratori nei paraggi...
mi concedo uno spuntino a base di pane e prosciutto ed è già quasi mezzogiorno quando riparto carico alla volta di selfoss. ah, vado a selfoss?


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per molti lunghi tratti il vento contribuirà in maniera sostanziale al risparmio di energia durante la pedalata: a volte si va a trenta all'ora senza fare un singolo giro di gambe. vicino all'incrocio per skàholt incontro nuovamente la ragazza di stamani, stavolta con lo zaino in spalla.
ancora sola. ancora appiedata. ancora con un gran sorriso verso il meridione.
sinceramente non c'è molto da dire della zona che va da geysir al lago del monte kerið. il cielo spalanca le braccia blu ed il giorno s'innamora della luce.
le colline morbide sono sostituite lentamente dalla pianura.
il vento continua a lavorare incessante. quando si viaggia con le maniche corte si rischia di sudare mentre nel momento in cui ci si ferma bisogna indossare subito la giacca perché si gela.


kerið non è altro che un banale lago vulcanico senza molte pretese. sinceramente non capisco perché i tour operator debbano concedere ai giapponesi medi questa piccola fregatura.
pochi chilometri a settentrione c'è una graziosa montagnola con pennellate rosso fuoco...


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perfino la guida cartacea non dice nulla in merito. peccato davvero! al parcheggio ritrovo il tipo tedesco che aveva piantato la tenda vicino a me stanotte. due parole piacevoli per dirsi che si fa, cosa non si fa... si riparte e di li a poco il teutonico a bordo della sua bmw mi sorpassa clacsonando a ripetizione (anche i tedeschi praticano il "còpa la vècia...").
oggi scatto più volentieri qualche fotografia perché non sono concentrato sulla pedalata come ieri, mi sento molto meno stressato anche se sinceramente risento fortemente dello sforzo, infatti appena la strada comincia a salire i rapporti scalano di brutto...
arrivato a selfoss devo andare in giro a chiedere informazioni del ferry boat per le vestmanneyar. mi fa sorridere una coda di automobili al baracchino dove si vendono cheeseburger...


reykjavik 

da questo si capisce come l'islandese medio non bada molto a quello che mangia..
dalla posta mi mandano alla biblioteca e li chiedo chiarimenti ad una signora molto cordiale che non mi aiuta quasi per niente; insomma, sa le cose più o meno come stanno e sa più o meno quanto costa il traghetto per heimaey e più o meno a che ora parte... mmm, ottimo...
si torna a casa, ovvero il mitico campeggio di selfoss. pianto la tenda e vado a fare un po' di spesa: stranamente la cassiera numero 4 ha un atteggiamento quasi umano nei miei confronti... che forse... eh?
boh, presumo d'aver intravisto sunna passare in auto ma non metterei la mano sul fuoco. l'avrei messa stamattina per scaldarmela un po'!
tornato al camping, mi sdraio sull'erba morbida a prendere il sole... che forza, prendere il sole in islanda... chi l'avrebbe detto all'inizio del viaggio?
ad una certa ora prendo tutto il mio necessaire per la cena e vado nel bunker, dove ognuno si prepara da mangiare, scrive, legge... c'è una coppia di francesi che sembra essere uscita direttaemente da un film tipo austin powers... gesù che gente...
sto diventando molto meno filosofico e forse più pratico. o sono come prima? sto trovando delle risposte? forse. risposte vere non ne ho altrimenti che gusto ci sarebbe nel fermarsi a guardare la vita senza provare qualcosa di nuovo?

p.s. a kerið m'era venuto un dubbio... ma il portafogli... dov'è? ho cominciato a cercare come un disperato, svuotando tutte le borse... e già mi vedevo a chiedere un passaggio in autostop per tornare a geysir a cercare il portamonete... alla fine era finito in fondo alla borsa dei vestiti... che spavento, minchia!

28 agosto


benvenuto nuovo giorno! che ore sono? le 6?
fanculo, dormo!
ahimè mi risveglio, stavolta per davvero ma sono le sette...
sono molto indeciso sul da farsi. il vento non sembra un granché quindi opto per l'escursione verso nordest, almeno fino a geysir.
dopo il rito della colazione e dell'impacchettamento, comincia l'avventura giornaliera sul trabiccolo.
m'accorgo dopo pochi km che quel "granché" di vento è piuttosto cannato come termine: spira che dio lo manda... inizialmente è trasversale, quindi è davvero una questione d'equilibrio manternersi in carreggiata senza cadere ad ogni folata. poi la fatica s'accumula sui dossi ed i saliscendi continui del primo tratto. c'è da sudare, eccome.
arrivo all'incrocio per skàholt. rifletto: torno indietro e vado a þorlakshöfn o punto coraggiosamente verso nord? e sai che ti scelgo stavolta? la via più difficile... masochismo?
inizialmente mi pento un po', poi mi pento molto, poi mi pento del tutto ma proseguo testardamente...
quasi 50 km col vento sempre contro, duro, un muro d'aria. i primi venti chilometri li passo a testa bassa pensando solo a due cose: pedalare e l'album yield dei pearl jam. passa tutto dall'inizio alla fine, nota per nota, parola di vedder per parola di vedder...

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l'aria è praticamente gelida ed il sole non si fa vedere: s'avanza a dieci all'ora, come stessi salendo lo stelvio in inverno. ad un certo punto indosso un fazzoletto di cotone come i cowboys per poter respirare meglio (non per ripararmi dalla polvere) e l'esperimento funziona.
ma il freddo resta ed il vento non cala d'un millimetro.
nei pressi di skàholt mi concedo una pausa spuntino. per evitare il vento sono costretto a sedermi dietro all'unica siepe che nemmeno porta via tutta l'aria che spira. già, non esiste un luogo uno riparato.
al campeggio di skàholt mi rifornisco d'acqua. purtroppo mi guardo poco in giro perché l'unico pensiero che ho è pedalare e basta. purtroppo bisogna pensare di farlo con una regolarità pazzesca, un po' ai limiti della sopportazione.
ogni tanto sparo qualche vaffanculo al vento, giusto per snervarmi un po'.
durante una delle poche pause leggo sul cartello stradale che mancano 17 chilometri a geysir ed ho quasi un mancamento, le forze mi calano all'improvviso. cerco di mantenere la calma e canticchio nella mia testa max gazzè ma qui gli spiedini di carne non sono in fila sulle autostrade...
ad un incrocio scorgo in lontananza il geysir esplodere: ne mancano ancora cinque, solo 5, dai... un po' di pedalate fa mi sono fermato a fotografare una bella cascata del þjorsà.
ultimo rettilineo, non posso che urlare al vento "ho vinto io, ho vinto io!".
un po' non ci credo, tutti quegli 84 km maledetti col vento in faccia, tutti.
vado al centro informazioni a chiedere del campeggio e mi viene regalato un bonus per usare la piscina dell'hotel (teoricamente non si potrebbe ma agli occhi del cassiere devo esser passato per paolo sulla via di damasco).
pedalo sull'erba del campeggio, butto letteralmente la bici per terra e mi lascio cadere al suolo. dormo un po'. sono distrutto.
appena mi desto pianto la tenda e vado a farmi il bagno e... non c'è un cane di nessuno. peccato, avrei conversato volentieri con qualcuno. poco male, mi concedo hamburger e bis di patatine fritte al self service dell'infopoint. trascorro un po' il tempo conversando con la cassiera tedesca che ha trovato via internet lavoro stagionale proprio qui. poi m'immergo nella lettura d'un settimanale abbandonato su un tavolo.
esco per fare due foto al geysir ma il vento è davvero gelido: forse mi sembra tale perché sono davvero stanco morto.

bubble

water

quando torno al camping ancoro alla grande la tenda perché il vento s'è fatto davvero insostenibile. verso le nove giungono due tipi in bicicletta: bravi anche loro. saluto un tipo tedesco che ha piantato la tenda affianco alla mia, è qui in moto... beato lui... sono troppo stanco pure per parlare.
qualche goccia di pioggia scende. chissenefrega.
ho la testa che mi scoppia per tutta l'aria presa oggi.
ma ho vinto io. oggi ho vinto io!

27 agosto

ore 6 e trenta circa.
gocce di pioggia? nessuna. ottimo.
c'è luce? sì, flebile. ottimo.
vento? sembra leggero, quasi impercettibile. ottimo.
anche stanotte ho dormito col cappellino, in compenso si respira aria troppo linda e fresca. spalanco l'ala della tenda per uscire ed il 27 agosto si presenta indeciso. volgerà al bello, me lo sento.
io ho un rapporto strano col meteo: molto spesso lo percepisco, lo capisco, non so... no, non sono meteoropatico...
dopo una colazione modello moby dick, muovo i primi passi verso il lago rosso, ovvero ljotipollur: dalla spiegazione sulla guida non ho compreso se è un surrogato del lago di tovel o... mah... intanto vado.
in giro non c'è anima viva, ottimo. devo guadare il torrente onde tornare indietro e perdere venti minuti... spicco un saltone e ce la faccio... se riesco ad essere così sveglio a quest'ora è un buon segno.


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qualche pecora è già al lavoro. salgo e scendo svariati dossi a volte sassosi, a volte coperti di muschi e licheni. una sottile linea bianca circonda il lago azzurro davanti a me. ghiaccio.
il silenzio è assordante. vedo lontano i monti del nord e sembra tutto così vicino, così tattile. proseguo con passo veloce perché non posso permettermi purtroppo di star qui due giorni. attraverso un pianoro desolato, alla mia sinistra la pista verso hella. non passa davvero anima viva. fantastico isolamento.
dopo quasi un ora e mezzo di cammino presumo d'esser giunto a ljotipollur. salgo quella presumo sia il bordo del lago e con gran sorpresa scopro che effettivamente l'acqua è trasparente come ovunque soltanto che le rive interne del lago sono formate da ampi strati di roccia rosso fuoco, uno spettacolo nello spettacolo. un po' di scatti e mi giro verso sud. trovo da sedermi sul punto più alto della riva, mi lascio cadere per terra ed aspetto che il sole esca da questa coperta di nubi a pecorelle. attendo cinque minuti, dieci, 20, 40... il tempo passa ma non m'accorgo. è così bello qui. ci si perde coi pensieri senz'averne.

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qui sei tu e ed uno zero straordinariamente incantevole.
in lontananza le lenzuola del vatnajökull.
io non so se la natura, nella sua arida necessità, sia poetica. certo è che la bellezza secondo me è in stretta collaborazione con qualcosa di extrasensoriale. non so.
tornando alla base canto tutto quello che mi passa per la testa. ad un certo punto mi viene mojo pin: deja-vu... doveva avverarsi... un altro sogno divenuto realtà. sorrido e cammino svelto...
durante il cammino passa una colonna di jeep con targa belga ed un grande adesivo su ognuna: "extreme adventure"... bella forza l'avventura in macchina... già, veri fisici bestiali...
arrivato alla tenda verso le undici mi concedo uno spuntino fugace ma molto nutriente, quindi decido di salire il monte nero che troneggia a sud della zona. alla base di questo monte c'è un dosso di sabbia verdognola della cui composizione non azzardo alcun ipotesi. tobi, dove sei?

landmannalaugar

il cielo s'apre sempre più. raggiungo la vetta in meno di quaranta minuti.
qualche turista è presente e numerosi si susseguono i click delle macchine fotografiche.
io ho poche parole per descrivere cosa i miei occhi percepiscono.
anzi, non ne ho proprio. si rimane a bocca aperta e si va in brodo di giuggiole... dio... che top!
probabilmente sono al cospetto del paesaggio più bello che abbia mai avuto la fortuna di godere. una cosa che scioglie gl'occhi, che spezza le sinapsi, che sbriciola le convinzioni, che ammborba di stupore.
inizialmente sono così rimbecillito che nemmeno scatto una foto. sto li a guardare tutto questo per svariati minuti, poi ripresomi, mi scateno.

sky of sand 


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dopo aver ripreso conoscenza, comprendo che sulla cima c'è un gruppo di ragazzi nostrani. inizialmente penso alla solita immancabile comitiva intrisa di cafonaggine a livello industriale ma alla fine sono in fondo quasi simpatici. io scatto loro una foto e sfortunatamente uno di loro insiste per scattarmene una.
"come fai a non voler una tua foto da qui?" mi sento dire. sinceramente sarei contento così, ma alla fine mi faccio immortalare con questa immensità di bellezza come sfondo.


landmannalaugar 

sfiguro ovviamente.
durante la discesa chiacchiero col bolognese del gruppo che mi racconta della traversata þorsmörk-landmannalaugar, uno degli itinerari escursionistici migliori del mondo. poi il discorso si sposta sul turismo islandese in generale e si arriva a valle, rinfrancati all'ennesima potenza.
prima di mangiare e preparare i bagagli, mi concedo un bagno nella fonte calda ad ovest della tendopoli. ci si immerge e l'acqua è... uao, calda al punto giusto... un relax così naturale che ci si scioglie di gioia...
sembra d'aver guadagnato qualche giorno di vita... sembra qualcuno abbia regolato il termostato sui 40 gradi... come si direbbe a roma "che botta de vita, aò!"...
mi concedo questa pausa di mezz'ora...
poi vado a smontare la tenda, mangiucchio qualcosa e via sul bus... arrivederci landmannalaugar... arrivederci monti colorati...
certo che in una mattina mi ho percorso due itinerari che la guida indica espressamente come "gite di una giornata": che abbia le ali ai piedi? che il curatore della guida sia discendente di una stirpe di bradipi antropomorfi? mah...
sull'autobus inizialmente trovo da chiacchierare con uno scozzese che mi racconta della meravigliosa quanto impossibile nuova zelanda... durante una pausa alle falde dell'hekla, pausa spacciata dall'autista come sosta fotografie ed in realtà era dovuta al fatto che era in crisi d'astinenza da cicca...

hekla 

dicevo, durante la pausa scambio due parole con un turista tedesco che salendo sul bus mi si affianca e facciamo un po' di conversazione (ahimé pure in tedesco perché il suo inglese è scarsino). la sua visita in questa zona è un riempitivo d'un weekend di lavoro. niente male come visita di piacere... effettivamente non ha il physique du rôle...
nella sosta breve ad hella vado a riprendermi la bici al campeggio... c'è, sfortunatamente c'è! perché non me l'hanno rubato 'sto catorcio? vabbè, si riparte per selfoss. giunti a destinazione lascio il teutonico al suo destino e me ne vado prima a fare un po' di spesa al supermarket (terza cassiera odiosa negli ultimi 3 giri al supermarket, un record), poi mi dirigo ovviamente verso il campeggio gesthus che ormai sta diventando col campeggio di laugardalur una specie di seconda casa... ormai conosco selfoss a memoria... beh, non ci vuole molto...
a cena provo a preparare in qualche maniera delle polpettine di pesce che ho comprato ma:
1 - contengono aglio;
2 - pure patate;
3 - sono disgustose;
4 - butto via tutto e preparo un sano piatto di rigatoni al pomodoro.
la sala soggiorno del campeggio è stracolma di cechi: sembra siano scappati di colpo da praga... cosa bolle in pentola, un colpo di stato? giovani, medi, vecchi, giocano a carte, chiacchierano, sorseggiano la loro birra (si portano dietro tutto)... sembra d'essere su una via di mala strana. esco per farmi un giretto serale.
entro in un baretto a farmi una birra e per scrivere un po' di appunti. nel locale le ragazze parlano col tipico paperismo teenageriano femminile.
gesù... che lingue lunghe...
ritendo ed i cechi sono ancora li a continuare la loro sagra...
vado in tenda per la consueta cicca della buona notte.
e domani? domani si va dove il tempo deciderà.
che bello dipendere dal tempo!

26 agosto


il tempo stamani è umano. non piove ma è coperto. sono da poco passate le otto e mezzo e... che faccio oggi? massì dai, vado a landmannalaugar in autobus... massì dai, andiamo a vedere le montagne di multicolore riolite.
stranamente fino alle nove non c'è nessuno che fa colazione: epidemia di letargia? è passata la mosca tze-tze? quando sto finendo il lavoro, giunge uno spagnolo pelato che mi saluta a fatica. vado in bagno a lavarmi, entra il tipo spagnolo pelato. vado in tenda un momento, torno al bagno e me lo trovo ancora fra i piedi... fosse perlomeno miss españa...
preparo tutti i bagagli per partire mentre il rottame (al secolo la mia bici) lo lascio in un angolo del camping con un biglietto scritto in bello stampatello ("anche se questa bicicletta è orribile non toccatela, mi servirà domani. grazie!"). mi fido molto della gente, quindi domani o dopodomani la ritroverò ancora li. spero. lo dico pure alla signora delle pulizie ma sembra ovviamente non badarci molto.
saluto un tipo italiano che a fatica mi risponde, anche se m'ha squadrato dalla cute agli alluci: l'italiano medio in islanda è proprio un cafone matricolato! forse il problema è che non sembro italiano... ho la faccia da turco? che faccia ho? occhei, mi risparmio l'autocritica...
vado alla fermata dell'autobus di hella, che è in fin dei conti come quasi ovunque, il distributore di benzina. mi faccio un paio di milky way con un succo amaro (mai che riesca a bere qualcosa di zuccherato scegliendo a caso!) e via sul bus verso la riserva di fjallabak. il biglietto non costa neppure molto, circa 2mila200 corone. il pullman è stracarico di gente proveniente da reykjavik mentre pochi giorni fa era praticamente vuoto ma... che giorno è oggi? ah, sabato.. mi pareva...
alla prima ed unica sosta del viaggio verso landmallalaugar, un tipo tedesco passa dal corridoio del bus, si ferma, mi guarda fisso. penso che probabilmente la prossima volta che darò dello stronzo ad un automobilista dovrò preventivamente indossare un passamontagna...
invece il tipo mi riguarda e mi chiede "are you italian?".
annuisco con un cenno del capo, un po' insospettito dal quesito.
"are you from riva del garda, aren't you?"
dio, è della cia? dell'fbi? cazzo, mi pedinano fin qui!
gli rispondo come fa a sapere che vengo più o meno dall'area. è un surfista ed a quanto pare, ha una buona memoria... io no... mi chiede come va con il windsurf ma io... manco so nuotare! insomma chiacchieriamo un po' a distanza perché il suo sedile è in fondo al bus. il tipo comunque è molto simpatico... boh!
invece la tipa i-podista seriosa affianco a me è l'apatia su due gambe. mai che riesca a trovare un compagno di sedile umano quelle volte che prendo un mezzo di trasporto... ma fanculizzati pure te!
sul sedile vicino al mio c'è un tipo teutonico che scatta foto parkinsoniane perché con tutte le buche che si prendono, avere un'istantanea non mossa è come vedere un tedesco vestito decentemente... quando mai...
due tipi vagamente dall'aria mediterranea scendono a metà viaggio e cominciano a montare le biciclette spaziali che si portano appresso. lo farei pure io se avessi un mezzo non da rottamare... comincia a piovere e non credo migliorerà molto per il resto della giornata...
sinceramente finora il tragitto sarebbe percorribilissimo su due ruote ma il problema sta nel fatto che bisogna portare un sacco di cibo con se poiché nella zona di fjallabak non esistono ovviamente spacci d'alcun genere. si giunge a landmannalaugar e piove.
pianto la tenda nel minor tempo possibile, anche se per ancorarla fatico non poco perché il campo è totalmente sassoso. noto che tutt'attorno le tende sono solidamente ancorate con grandi sassi quindi m'adeguo; più che per una questione di necessità lo faccio per buonsenso: da ovest spira un vento piuttosto tosto. mi preparo per un giro esplortivo badando a proteggere bene la macchina fotografica dall'umidità.
addentrandomi per la colata lavica a sud del campeggio noto una serie d'inoffensive pernici bianche o almeno, sembrano tali. m'inerpico sulla collina sovrastante l'area geologicamente più attiva e trovo forme di vita davvero assurde: un fiore rosso spunta dal nulla lavico... viva la vita...

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passo dalla solfatara, un bambino tocca le pietre bianche, secondo me, rischiando d'ustionarsi. provo a fotografare un arcobaleno ma la nitidezza non è di questo giorno, troppo piovoso per consentire scatti umanamente apprezzabili. scollino ed ammiro la bellezza di questo paesaggio rude ed al contempo morbido come la criniera d'un bruno destriero. il freddo comincia a farsi sentire, sebbene sia ben coperto e decido di scendere. prima di tornare alla tenda mi dirigo per un'oretta verso ovest a cercare qualche spunto. quando ritendo fortunatamente sono quasi asciutto perché il vento è talmente forte che spazza via l'acqua appena si posa sul tessuto. i sostegni della tenda si piegano molto sebbene il buon ancoraggio... preparo la cena fra questi quattro pezzi di tela perché fuori non c'è alcun posto adatto a farlo. oddio, ho visto gente mangiare nei cessi ma non credo d'esser arrivato a quel punto... la sera cala vistosamente prima in mezzo ai monti, soprattutto con queste condizioni meteo.
mi addormento facendo calcoli su come spendere bene questi ultimi giorni che mi separano dalla partenza. allora vestmanneyar? eldgjà? gullfoss? dyrhòlaey? boh...

25 agosto

per favore, fai che il cielo sia umano oggi!
dunque, oggi è una giornata...
rullo di tamburi...
un po' nì...
a vik sta piovendo a manovella mentre il vento sputa in direzione ovest, con rinforzi... la questione non si pone, torno indietro. colaziono in modo abbondante.
saluto il tedesco che s'appresta a salire sull'autobus per reykjavik mentre m'accingo a sostituire la camera d'aria bucata. già che sto ballando, cambio pure il copertone ed impiego davvero poco tempo grazie all'aiuto del ragazzo svizzero. questi, pochi minuti dopo, mi saluta sincero e parte con la sua yaris per il far east.
preparati quindi bicicatorcio e bagagli, dedico un po' di tempo all'immortalamento dei skògafoss. in verità avrei voluto fotografarla stanotte ma... mi sono addormentato con la macchina fotografica in mano... succede anche questo sull'erba d'un campeggio...
mi dirigo a monte della cascata e raccimolo qualche scatto dal luogo dove l'anno scorso ero rovinato a terra, rischiando di finire nel fiume. siccome durante questo viaggio ritengo d'aver gambe buone, percorro una mezz'oretta del sentiero che conduce a þorsmörk. a parte il fatto che più si sale e maggiormente il fiume mi trasmette sensazioni positive, in più si gusta volentieri la vista dell'eyjafjallajökull.

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tornato alla base, posso solo constatare che l'unica via percorribile oggi è quella che conduce ad ovest perché il vento spira davvero troppo forte dalla direzione opposta. praticamente ripercorrerò la strada di ieri. vabbé...
comincia a cadere la pioggia ma non m'infastidisce molto, anzi quei venti minuti d'umidità trascorrono piuttosto in fretta. ad àstolf+qualcosa mi permetto una delle tante deviazioni della giornata: una chiesetta illuminata dall'unico squarcio di luce, un canyon profondo, fattorie impeccabili con l'erba tagliata come fosse un golf club californiano, una cavallerizza che impartisce vigorosamente i comandi ai puledrini.
poco più a sud mi dirigo verso la spiaggia per fotografare le vestmanneyar. lascio il mezzo (che ormai è un quarto) vicino ad uno steccato e m'incammino fra l'erba folta. purtroppo non posso raggiungere la spiaggia perché si frappone un canale assolutamente invalicabile e quindi... m'accontento d'una panoramica nemmeno riuscita... pazienza...
a ricompensarmi, da oriente giunge una grande mandria di cavalli che solleva una densa nube di polvere. poco prima del passaggio il mandriano m'aveva avvertito di stare vicino al rottame forse perché i cavalli avrebbero potuto fortunatamente travolgerlo.
l'avessero fatto sarebbe stata una scena troppo forte...
comunque per un attimo sembra d'essere sul set de "i magnifici 7 cavalcano ancora"...

running horses

tornato in sella al mio cavallo di ferro, seguo fino quasi alla stalla questo ambaradam eppoi via verso il west, pedalando sul velluto col vento freddino in poppa. durante il tragitto s'indossa la maglietta ma appena ci si ferma si è obbligati a mettersi la giacca pesante.
... e le nuvole continuano a giocare con le luci ed i colori della pianura.

il tempo tiene fino ad hella dove arrivo un po' stanco, sebbene l'andatura sia sempre stata tranquilla. mi reco a far la spesa, torno, mi concedo una doccia mollllto calda. dopo aver piantato la tenda mi insedio nello stanzone usato come cucina-soggiorno a scrivere un po' di appunti . dunque scrivo di l'altroieri, ieri, oggi fino ad... adesso!
attorno a me ci sono un bel po' di spagnoli ma non hanno l'aria di gente poco propensa a chiacchierare. passata un'oretta vado a dormire senza tanti complimenti.
non chiedo null'altro alla giornata.

24 agosto

mi sveglio alle sei. stavolta devo partire, devo!
la giornata è piuttosto marrone ma va affrontata.
piovicchia, la tenda è fradicia. ottimo inizio.


colaziono con due tipe australiane sulla quarantina, le classiche donne apparentemente fragili ma tutte d'un pezzo. hanno trascorso un mese in groenlandia e... già li mi vien da svenire... mi raccontano un po' delle loro peripezie e dei programmi, fra cui l'italia e forse le falesie di arco.
una frase li, due la, trascorre un'ora in un amen e... devo affrettarmi...
durante la fase di smontaggio della tenda noto che i piedi sono già fradici: come farò se pioverà tutto il giorno? ogni cosa a suo tempo...
carico il rottame e via verso il terminal bsi. il traffico a quest'ora è molto sostenuto ma non sento alcun odore di smog. è incredibile come in questi giorni l'abbia avvertito solo per pochi minuti ieri in centro... l'aria qui è davvero libera... alle otto sono sulla pensilina, piuttosto lavato.
l'autista dell'autobus crea un po' di confusione, fatto sta che spero d'esser salito sul bus giusto: semmai farò qualche deviazione...
la pioggerellina aumenta e si passa hellisheiði all'asciutto (dentro il bus si spera di non bagnarsi) e poi giù fino a selfoss dove scendo. durante il tragitto ho passato il tempo ad asciugare i calzini.
si parte, qualche goccia ancora c'è ma è poca cosa. mi dirigo verso est, stranamente senza percepire alcun movimento d'aria. in un'ora e mezzo arrivo a hella: anche se sono pienamente conscio dell'ora strana (le undici del mattino), provo a vedere se c'è sunna a casa ma ovviamente non c'è nessuno. non ho carta per scrivere un messaggio. poco male, ho mezza cartina d'islanda che non userò, adattissima allo scopo.
dopo aver lasciato un saluto verticale (ci vedremo la prossima settimana?) proseguo verso hvolsvöllur dove le nubi all'orizzonte non promettono nulla di buono. uscito dal paese indosso l'abbigliamento antiacqua ed effettivamente uno scroscio di pioggia si riversa gentilmente nella zona dove sto passando.

farm

i piedi restano belli asciutti perché ho finalmente incellofanato i piedi e devo ammettere che come sistema è sicuramente vincente. giusto arrivato a seljalandsfoss la pioggia s'esaurisce. un giretto, un po' di foto rigorosamente cercando di non inquadrare alcun essere umano e faccio una breve puntatina alla cascata di glj+qualcosa... ah, gljúfurárfoss...

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questa bella cascata nessuno la considera eppure è davvero graziosa perché fende uno stretto canyon dove alcuni massi incastrati nel mezzo conferiscono un'aria magica al posto. tornando a seljalandsfoss, chiedo ad un autista di bus com'è la strada verso þorsmörk. mi assicura che non è una strada da bicicletta anche se, per persone spavalde, può essere fattibile.
sono spavaldo? ci sono alcuni fiumi da guadare... mmm...
ho due soluzioni possibili davanti a me:
soluzione 1 - þorsmörk con pioggia abbondante, sterrato fangoso e torrenti da attraversare;
soluzione 2 - vik o skògar con vento a favore (evvai!), asfalto ed orizzonte molto più sgombro di nubi minacciose.
dove vado? se non sono stupido...
incrocio due tipi francesi in bicicletta ma chissà perché, tanto per cambiare, vanno sì nella mia direzione ma stanno per fermarsi a pranzare. io proseguo perché non so se il tempo peggiorerà e lo sfrutto "mite" fin quando posso.
i rettilinei sono lunghi eterni ma il paesaggio aiuta a soddisfare l'occhio e stimola qualche bella fotografia.


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avvisto una vecchia fattoria abbandonata ed un tipo a bordo d'un auto (yaris = turista) si ferma per scattare un'istantanea. "thank you for the idea!" mi dice.


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scambiamo due chiacchiere, tutti e due solitari, tutti e due in cerca di belle impressioni. quando riparte scavalco un reticolato per avvicinarmi alle case ma sono fulminato da una forte scossa elettrica. inizialmente sono piuttosto rimbecillito, poi mi metto in sesto e riparto... per fortuna avevo le mani asciutte...
il paesaggio si trasforma in linee, onde, giochi di luce, contrasti e le nuvole s'accostano inoffensive alla sommità dei monti.


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arrivo a skògar. sono le cinque e potenzialmente potrei andare a vik, dista solo 30 km. ma oggi ne ho fatti più di cento e per i miei glutei possono bastare.
comincio a piantare la tenda a poche decine di metri da skògafoss badando bene di far arieggiare la tela, ancora fradicia di pioggia reykjavikiana. cinque o sei ragazzi stanno cercando fra l'erba folta le chiavi di una camera dell'ostello: gli do una mano, ma la ricerca è in verità piuttosto vana. sembriamo un gruppo di sminatori bosniaci...
dopo un po', mi si accosta un signore anziano dall'aria distinta che mi invita a visitare il locale museo del folklore alle sei. io ci sto, anche perché mi offrirà una spiegazione dei contenuti.
sinceramente nemmeno ero a conoscenza di questo museo. mi cambio e salgo in sella e... la ruota posteriore è bucata... eh? ma come ho fatto? lo scoprirò più avanti.
arrivato al museo a piedi, compiendo un giro dell'oca che mi porta a giungere in ritardo di un quarto d'ora, vengo vigorosamente preso per mano dal vecchietto e mi scorrazza in giro per le sale espositive. la collezione è ricchissima, gli argomenti sono svariati: oggettistica, mezzi di trasporto, comunicazioni, pesca, cultura... mi spiega di tutto un po' con una rapidità che ogni tanto mi mette a disagio. a volte si gira e dice "understand?"... sì, sì... e si va avanti, sale, vestiti di tutti i tipi ed usi, cimeli, libri, strumenti ed utensili, ornamenti, chi più ne ha, più ne metta. l'uomo comunque ha un atteggiamento piuttosto strambo. ad un certo punto mi abbraccia e mi dice "we are friends!"... occhei...
misericordia, penso che m'abbia inoculato tutti i lemmi della treccani in un'ora, ha una rapidità di spiegazione paurosa. tutti i reperti del museo li ha raccolti lui personalmente ed alcuni oggetti antichi sono sue scoperte: una specie di piero angela islandese il signor þórður tómasson che ad un certo punto si ferma davanti ad una rudimentale ed antica cetra ed intona un paio di canzoni. ad un certo punto parla del katla e dice che ogni giorno è buono perché possa rovinargli la vita, il katla, questo incubo costante a pochi km dalle nostre teste e... non ce ne rendiamo conto... i suoi occhi improvvisamente sono colmi di rassegnazione misto impotenza.
dopo questa frenetica visita, mi stringe la mano quasi frantumandomela, e mi invita il mattino seguente per un'ulteriore spiegazione. non so se ce la farò ma... vedrò... mah, þórður, che tipo strambo...
tornato alla tenda, comincio una chiacchierata con un tedesco appiedato ed uno svizzero automobilizzato: manca l'austriaco in moto e siamo al completo... ad un certo punto arriva un motociclista e cominciamo a ridere... vuoi vedere che è austriaco? no, francese...
sinceramente è una bella chiacchierata ed ognuno estrae dal cilindro tutte le cose strane che gli sono successe durante il viaggio: ce n'è per ridere davvero di gusto. il massimo dello spasso si raggiunge quando una ragazza di una tenda vicina comincia degli esercizi di joga e noi tutti contorciamo le teste per capire le posizioni che assume... ceniamo assieme e parliamo dei programmi del giorno dopo. il tedesco costantino (perché della zona di costanza) mi consiglia di evitare di arrivare a landmannalaugar passando per eldgjà perché, come nella tratta seljalandsfoss-þorsmörk, ci s'imbatterebbe in numerosi guadi. mah, l'unica cosa di cui non riesco a capacitarmi è come s'è potuta forare la ruota posteriore sull'erba di questo stupendo prato...
ottimo, si va a dormire con il rumore incessante della cascata in sottofondo ed il cuor leggero di chi ha tante belle immagini nella testa.

23 agosto


sveglia alle sei, su! bisogna prepararsi per andare al terminal bsi e pigliare l'autobus per selfoss ma piove. piove, piove. piove tantissimo. ci si creda o no, trascorro più di un'ora e mezzo a pensare se andare o no. sì o no. no, ni o sì.
alla fine d'una serie di trastullamenti mentali, incentrati su solo due argomenti due (tipico della persona che viaggia in solitudine e che non deve rispondere di nulla a qualcuno), mi decido a muovere un po' la giornata.
sebbene i pensieri m'attanaglino ancora e mi senta ancora un po' agorafobico, riesco a mettere insieme la colazione. vicino a me un vecchino australiano ed una compagna di viaggio molto più giovane di lui sorseggiano un the caldo: ottimo pretesto per una conversazione spezzaescatologia. sebbene provenienti dagli antipodi, c'accomuna la passione per queste terre e per quel pizzico di pepe che si vuole versare sulla vita.
tornato dalla doccia, mi preparo per uscire, sebbene non sia un giorno adatto ad esplorazioni cittadine. nonmimportapiùniente, ieri ho perso un giorno della mia vita ed oggi devo recuperarlo. k-way, nessun cappellino sul capo e la pioggia si prende tutta. l'ho detto, nonmimportapiùniente.
stamattina vado per musei: voglio visitarli tutti. m'incammino verso hlemmur per prelevare un po' di grano, che stava ormai scarseggiando. torno indietro alla volta del museo di àsmundur sveinsson. l'edificio in cui si trova l'esposizione delle sculture è un mix di stile greco-egizio. leggendo alcune pagine della sua biografia capisco la scelta, dettata da un esercizio di stile, di logica ed un pizzico di provocazione allo stesso tempo.

museum


bus stop

grecia = roccia nuda e mare.
islanda = roccia nuda e mare.
casa greca = esportabile in islanda.
l'equazione è un po' come quella dei primi filosofi, ovvero quella secondo la quale l'uomo è un coniglio... la sappiamo, no?
il museo non è male, come certe soluzioni plastiche non lo sono per niente. certo, a volte sembra di ritrovare dei dalì di legno, ma l'arte è fatta di precursori-profeti, gregari, rinnovatori, nostalgici e squallidi copioni. l'arte è tutto ed in tutto c'è, se si vuole.
uscito dal museo m'imbatto in un battibecco da marciapiede fra un'anziana signora ed una giornalista. peccato abbia la macchina fotografica nello zaino, sarebbe bello immortalare certe espressioni del viso dell'anziana. penso lei se la sia presa perché la stavano filmando. la signora all'apparenza pare piuttosto povera ed il dibattito sulla questione sociale di questi tempi in islanda è consistente. una piccola fetta di popolazione è ricca a dismisura e ci sono molte più persone che tirano a campare di quanto si creda. o che si voglia mostrare al mondo.
classi sociali che qui non sono mai esistite.
dalle parti di miklabraut c'è il museo cittadino, che a parte qualche quadro e due installazioni, non ha molto da dire. per strada faccio acquisti dolciari che spazzolo volentieri su una panchina vicino all'università, anche se come altri ragazzi devo lottare contro un'ape piuttosto inviperita. la situazione è piuttosto comica. intanto non piove più e qualche spicchio di sole spreme chiarezza verso est.
già che sono nella zona, faccio un giro al 12 tònlist, il negozio più fornito di musica alternativa della città. faccio due chiacchiere con quello che pare il gestore del negozio: parliamo un po' di björk e del suo rapporto con i connazionali, un po' di consigli musicali, quali sono le ultime tendenze musicali locali.
"la musica qui è come una grande famiglia. - mi dice - molti degli elementi dei vari gruppi si mescolano per dar vita a band di una sola serata. ciò li stimola e crea una bella atmosfera...".


mi dirigo verso il terzo museo, in pieno centro. c'è una particolare esposizione di un vignettista, nulla di eccezionale tranne qualche tavola davvero fantastica dove viene mescolata propaganda cinese ad atmosfere da belpaese. la sala esposizioni è un edificio moderno ancora in via di allestimento, con una piccola biblioteca d'arte e design. mi soffermo per mezz'ora abbondante su un libro d'arte progressista russa d'inizio secolo scorso, cercando inutilmente opere di dimitri moor.
mi fermo nel primo caffé per farmi un cappuccino. due parole con un avventore poco loquace e via ancora.

decadence 

giù al porto, e sempre più ad ovest eppoi indietro fino alla zona nord della penisola. spendo mezz'ora cercando d'immortalare i passeggeri seduti negli autobus gialli ma con poca fortuna. arrivo in un'area dismessa vicino alla circonvallazione e mentre fotografo una serra diroccata s'accosta un tipo dall'aria poco gradevole. mi chiede senza mezzi termini che faccio e chi sono.
"an italian journalist!"... insomma, mentire mi riesce al volo ormai...
mi chiede una sigaretta e nell'accendergliela s'ammorbidisce.
"vedi quella è la mia casa (un edificio diroccato con la scritta 'til sölu' ovverosia in vendita)...". sul tetto campeggia una scritta, alaska.
"alaska in iceland? very freezing idea...".
il tipo sorride e mi dice che quella è casa sua.
nel frattempo un suo socio sta aprendo a calci la porta d'entrata. mi saluta e mi ringrazia della cicca e se ne va verso la spelonca...
mah... se quella è casa sua, la cupola del brunelleschi è il mio loft...

reykjavik! 

passo dal kringlan a vedere altri prezzi, quelli del secondo piano. 40 eurosacchi per una maglietta pseudoumana? jebi ga...
uscendo, noto che allo specchietto retrovisore d'un auto parcheggiata è appeso un gagliardetto della federazione bosniaca di calcio... majko... bosanci su svegdje, care!
prima di tornare in tenda vado a navigare su internet per mezz'ora e chatto con leo e mando un'inutile mail, così per rompere il mio silenzio.
ora di cena: stavolta trovo la piacevole compagnia di tre tedeschi ed un israeliano. come al solito gli argomenti non sono vari, ma ogni scusa è buona per intrattenere una conversazione. all'israeliano vorrei porre quella domanda ma non ho il coraggio. non posso far altro che salutarlo con uno shalom e lui, molto contento, ricambia con un gran sorriso.
reggerà domani il tempo?

22 agosto


contagocce di attesa. i minuti passano distanti l'uno dall'altro. ogni secondo aspetta l'altro alla fermata della candela in via d'esaurimento.
ottimamente speso il tempo a scrivere il diario di bordo.
nonostante la cena abbondante di ieri sera, a colazione ingurgito una quantità esagerata di "marmor". da tre giorni non mi metto in moto per davvero, quindi ho un po' di timore a riprendere il cammino da riposato.
giornata uggiosa, col signor vento che fastidiosamente soffia dietro l'orecchio sinistro mentre sto volgendo lo sguardo a sud. odiosa direzione quella del suo alito, il solito nordest; ciò sta a significare hellisheiði col vento in pieno volto.
qualcuno lassù sparpaglia le nuvole ed esce qualche sprazzo di blu ma non m'illudo in un miglioramento. l'obiettivo minimale della giornata è selfoss anche se presumo sia molto più facile puntare per hveragerði.
la mattinata è dedicata all'accatastamento nel minor spazio possibile di tutti gli averi, poiché dopo questa pausa in capitale ho accumulato un po' di ricordini personali. preparo tutte le cose per la partenza e le sbatto in un angolo del campeggio.
vado a ritirare la bicicletta nel negozietto ed il tizio mi presenta un conto da capogiro: quattromila600 corone per la riparazione del raggio e la regolazione dei freni. a parte il fatto che i freni sono capace da solo di aggiustarli, 4mila6cento sacchi locali per una stupida riparazione mi sembrano un affronto. d'altro canto non posso far altro che pagare e me ne vado confidando nella lealtà del prezzo perché un italiano medio penserebbe che in questo caso il signore s'è "fatto la cresta"...
nel frattempo il vento s'alza ancor più e partendo avverto un po' di disagio nel vedere in lontananza una coltre spessa sulle montagne. beh, proseguo tranquillo, forte del fatto che prima o poi una situazione del genere l'avrei dovuta affrontare. appena lasciata alle spalle l'ultima colata cementizia di reykjavik, ricevo sottoforma di minuscole goccioline ciò che il vento ha spedito da chissà quale nuvola. già, quelle non sono microscopiche particelle di nebbia ma un muro d'acqua fredda e pungente. i chilometri passano lenti, il vento mi spinge più indietro che in avanti, e sebbene sia protetto dalla tuta antiacqua in poco tempo comincio ad annegare nelle mie vesti.

resisto stringendo i denti.

passato faticosamente un dosso, il vento monta in maniera impossibile. sono costretto a scendere e spingere il rottame. percorro così quasi quattro chilometri di strada, circa un'oretta, subendo l'ira del vento e di folate feroci, subendo l'acqua algida che penetra in ogni dove. non posso guardare avanti ma solo per terra, se alzo gli occhi non vedo nulla.
dalla punta del naso cola un rubinetto, i piedi sono fradici da più di un'ora e lo scollinamento dista dieci chilometri ancora. potrei continuare così ancora per due ore?

sulla striscia d'asfalto che corre in mezzo al nulla ammantato d'umido grigiume, mi sento per un momento davvero solo. non mi mancano le forze ma per un attimo non sono convinto di me stesso. non so se ce la farò.
vado avanti testardamente. conto i passi perché è più conveniente di contare le gocce che scendono dal cappellino: sono troppe... dai, continua, su...
ma ad un certo punto mi chiedo se sia lecito proseguire follemente o tornare? o fare autostop... ma chi potrebbe aiutare una spugna di un metro e ottanta con un rottame a carico?

ormai le dita dei piedi non rispondono ai comandi.

sono qui da dieci minuti, fermo in mezzo a questo piccolo e personale inferno.
senza una decisione.
fermo e piove a dirotto... ed il vento spintona insistente.
provo a guardare quell'orizzonte grigio davanti ma... è praticamente impossibile.
mi giro. già... sconsolato.
i quindici chilometri di discesa passano fulminei. sono gonfi di delusione ed amarezza. nonostante la velocità mi faccia scendere a passo d'automobile, non c'è nulla di cui divertirsi. non ce l'ho fatta.
punto.
mi sento in condizioni disumane non solo fuori.
torno al campeggio in capitale e ripianto la tenda, giusto in tempo prima che arrivi l'ondata di pioggia torrenziale. un po' di tempo lo trascorro fra le quattro tele della tenda a pensare vacuamente a... forse avrei potuto tentare... forse ce l'avrei potuta fare... da perdere non avevo nulla.

ma bisogna pure asciugare i vestiti inzuppati. vado all'ostello dove m'aspetta un'asciugatrice da riempire.
perdo un'oretta a chiacchierare in quest'occasione con una ragazza catalana. blanca è fortunatamente simpatica quanto carina. è giunta su questo paradiso solo ieri ma non sembra molto convinta di avere la stessa mia fortuna in termini meteo. anche se l'ottimismo non è il mio forte le dico che prevedo altre belle giornate e che comunque già il fatto di poter esser qui è già una bella prova di fortuna. comunque lei fatica a credere che l'abbronzatura sia in una certa parte frutto del sole nordico. si parla un po' delle intenzioni, di quel che si prevede di fare e non trovare... ad anche per oggi l'asciugatrice ha fatto il suo dovere.
ritendo risollevato parzialmente e per la parte restante del pomeriggio me ne sto a leggere un libro preso in prestito all'ostello: credo quando tornerò a casa mi concederò una lettura leopardiana, tipo "dialogo della natura e di un islandese".
ho trascorso il pomeriggio senza calzini ai piedi: mi sto acclimatando.
sinceramente sto aspettando con una certa impazienza il domani, perché ho una gran voglia d'arrivare alle falde del myrdalsjökull. le raffiche ora si fanno rade ma quando si fanno vive, sgomitano insidiosamente.
verso cena rivedo i torinesi e scambiamo un po' di impressioni: loro mi pensavano già partito, reciprocamente pensavo la stessa cosa io di loro.
telefono a casa e trovo papà. mi dice circa trenta volte che gli manco. trenta volte in tre minuti circa... ad un certo punto della chiamata sto sinceramente cominciando a ridere (dentro di me) ma credo sia inopportuno. certo, fossi stato a plavno, papi non avrebbe enfatizzato questo suo vuoto, ma nemmeno mi pare d'essere dall'altra parte del globo. sono solo in islanda, non in australia...

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stasera esco e vado per locali. a parte il fatto che non ho una gran verve, mi fermo al babalù un po' di ore e fortunatamente trovo da chiacchierare con un gruppo di ragazzi che inizialmente potrebbero essere spacciabili per autoctoni ma dopo un paio di analisi foniche li classifico come tedeschi. sinceramente non si parla di nulla di assolutamente trascendentale, fra una birra e l'altra, ma almeno c'è da conversare e questo riempie la serata in qualche maniera.
ritendare a reykjavik durante la notte non è certo come muoversi a milano alle 3 del mattino in zona porta ticinese.
canticchio una canzone, a volte a testa alta, a volte a testa bassa. un altro giorno è andato, forse il più sgonfio dalla sosta forzata a selfoss di lunedì.
ma questa è la vita: non tutti i giorni sono da copertina.

21 agosto


ma il cielo è sempre più blu!
ho notato che svegliarsi e vedere una bella giornata sta diventando un bel modo per cominciare: àgætis byrjun, come direbbero i sigur ròs...
stamattina devo fare la lavatrice: quei pochi vestiti che ho devo tenerli piuttosto puliti se non voglio passare per il primo hobo del quartiere.
all'ostello situato affianco al campeggio, ci sono lavatrici ed asciugatrici a gettoni: comprati i tokens, scendo nel seminterrato e caricata la macchina, mi siedo sulla poltrona e comincio a leggiucchiare un settimanale locale stampato fortunatamente in inglese. di li a poco, capita nel locale un signore con una gran barba bionda ed occhi scavati fra ad un naso sottile e preciso.
americano d'accento, mi chiede da dove vengo... "italian?".
... e comincia una nuova chiacchierata.
il tipo si chiama robert, il suo cognome è piuttosto famoso, custer, quindi lui è un discendente all'ennesima potenza del famoso generale che qualche folle di professore italiano potrebbe far studiare su un libro di scuola. già ce n'abbiamo abbastanza della storia italiana...
proprio per dimostrarmi che non conta fesserie sulla sua discendenza mi racconta quella che, secondo delle sue ricerche, è la verità riguardante la famosa disfatta custeriana. pare sia stata tutta una cospirazione organizzata dal generale grant, che sarebbe poi divenuto presidente, uomo che sebbene fosse schierato sotto la stessa bandiera, bramava molto di più il potere a washington. robert racconta piuttosto dettagliatamente la vicenda di potere e sembra che lo faccia con quella voglia di voler riabilitare un personaggio storico notoriamente bistrattato. senza mezzi termini usa parole come "cospirazione kennediana" per le vicissitudini del generale custer. mi da anche un suo punto di vista sulla morte di kennedy.
in realtà non ho ben capito quale lavoro svolga robert, ma presumo lavori anche con attori famosi, tipo john travolta e via dicendo: sicuramente è un manager nel settore sicurezza personale, tipo body guard.
vorrebbe cambiare luogo in cui vivere e possibilmente la sua meta sarebbe l'italia e provare a continuare la sua professione nel belpaese. e ci scambiamo un sacco di informazioni, suggerimenti... una bella conversazione di più di un ora, mentre le lavatrici fanno il loro dovere.
"posso comprare una casa in italia con 200 mila euro?" mi chiede.
vorrei rispondergli che se ne avanza qualcuno, io ho le mani sempre aperte...
già...
ho trovato un altro metodo efficace per conoscere persone nuove: basta andare in una lavanderia a gettoni!
finito il lavoro e salutatici cordialmente, vado al kringlan a farmi un po' di stampe di fotografie, così... per stamparle... ehm... beh, passerò il pomeriggio a ritirarle.

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in seguito mi reco al negozio di bici sulla hverfisgata per farmi aggiustare il rottame. il personaggio che gestisce quella confusione di posto, una specie di scantinato debordante di ruote, telai, e camere d'aria, mi s'avvicina claudicando con gli occhiali portati storti ed i capelli un po' arruffati. con le mani nere s'impossessa del rottame, mi rilascia una ricevuta, "iès, for tumòro!", mozzicone a tre quarti di labbro, ci si vedrà.
io speravo sarebbe stato in grado di fare il lavoro al volo, non mi sembrava un mostro strano, come la locomotiva di guccini... solamente un raggio da sostituire... amen.
torno al campeggio a piedi a prendere lo zaino eppoi su nuovamente al kringlan a ritirare le foto sviluppate... non male, speravo di meglio. attraverso vie secondarie torno in centro città.
passeggio per vie piuttosto anonime, dove le case si susseguono tutte uguali, dove le uniche note di colore sono le casacche dei lavoratori d'un cantiere stradale. a poche centinaia di metri da lækjartorg c'è quello che potrebbe sembrare un centro sociale occupato: un bel casino disorganizzato... ed i soliti tanti negoziettini di articoletti carini e particolari. mentre cammino vado a sbattere contro un palo della luce.
bam. di colpo!
un male... tenendomi il naso, comincio a ridere grasso e quelli che passano non credo abbiano avuto di me l'impressione di una persona con i piedi molto per terra. ma rido, madonna se rido...
nemmeno avessi visto passare il mio sogno per strada, niente di tutto ciò, stavo solo guardando un murale e... bam! che schiantata di risate!
improvvisamente mi vien una gran necessità fisiologica. e comincio a girare, girare... no, non faccio il turista scarso che si reca al primo bar e con la scusa d'un caffé macchiato s'infila nella toilette... no! cerca un posto, cerca un buco, insomma, mi pare di morire... alla fine vedo un cartello... che gioia, il vespasiano pubblico in piazza... ohhhhh... all'interno del privee ci sono una serie di specchi che permettono ai custodi di controllare la situazione: non so se sia voyeurismo o... beh, per sdrammatizzare la situazione mi atteggio un po' alla jean paul gautier... grandi gesti un po' provocatori ma... sfortunatamente credo nessuno nella stanza dei custodi stesse badando a me in quel momento. che peccato!
in seguito mi avvio verso laugarvegur a cercare smekkeleysa, un negozio un po' alternativo di musica e cosucce varie. per strada ho chiesto a degli skater ma presumo d'aver chiesto loro l'equivalente del raccordo autostradale per marte. teoricamente è sito nel piano interrato del bònus, a metà della via, ma dopo una fugace sbirciata m'accorgo che s'è spostato da un'altra parte li vicino, in una strada perpendicolare.
improvvisamente una jungla di sirene s'abbatte sulla via, compromettendo per un attimo il suo tranquillo viavai di turisti (organizzati e non) ed autoctoni. ambulanze, pattuglie della polizia, vigili, motopompe dei vigili del fuoco: sembra un'esercitazione massiva.

half wall 

un tipo mi chiede "do you see the fire?".
"cool question! i guess the same to you!"
i curiosi come me, quelli che non hanno di meglio e contestualmente di peggio da fare, si disperdono quasi delusi di non trovare pane per le loro domande. anche questo fa parte del truman show nordico.
affacciato su una via dove trova spazio un negozio d'abbigliamento per gente che non teme la morte ed un altro dove il casellone della classifica di vendite di videocassette è la vetrina stessa, ecco apparire smekkeleysa. tradotto "bad taste".
sebbene la porta sia aperta, il tipo multitatuato che sta passando il pavimento con lo scopettone mi fa notare che il negozio è chiuso per lavori ed aprirà fra qualche giorno. delusione al top.
lo stomaco comincia a suonare il campanello della cena.
ritendo.
mentre sto preparandomi la cena, l'unica cena finora con qualcosa di liofilizzato ovvero il purè, un gruppetto di ragazzi torinesi mi invita a sedermi a tavola con loro. siccome a loro parevo l'unico italiano incontrato in islanda che non s'atteggiava da pavone, avevano piacere a scambiare qualche parola con me, soprattutto vedendomi da solo.
"in islanda gli italiani si cagonizzano moltissimo", mi dice una delle ragazze nella pausa intercorsa fra un cucchiaio di minestra e l'altro.
il gruppo di cinque ragazzi + un pupetto stanno girando l'isola con la yaris a noleggio: campeggio, ostello, b&b e... un container di un contadino sono stati i loro rifugi notturni. ah, il container era perfettamente arredato e fungeva da bungalow...
il latte caldo che ho messo a scaldare sul fornellino improvvisamente esplode e tutti gli avventori della sala si girano e mi squadrano come fossi un omicida... il tavolo degli italiani invece scoppia a ridere e... ironizziamo sull'accaduto.
un ragazzo dice "latte esplosivo, roba da al qaeda!"...
assieme a questi ragazzi, d'età compresa fra i venti ed i trent'anni, partecipo ad una piacevole chiacchierata: nel frattempo condividiamo tutte le forniture dolciarie in nostro possesso... ci siamo spazzolati torte, yogurt, biscotti, cioccolato... alla fine della serata fatichiamo ad alzarci dal tavolo per la pancia troppo piena... pasteggiamo con una birra islandese che ha un sapore terribilmente indimenticabile: un mix fra caramello e weizen. da un tavolo vicino s'alza un fuoco: un fornelletto ha avuto una perdita di gasolio ed ha lanciato una fiammata... è la serata dei dinamitardi...
per restare in tema, affrontiamo un tema scottante: come demolire la mia bicicletta alla fine del viaggio... la soluzione più accattivante è il funerale vichingo, alias la barca in fiamme con il rottame come passeggero. fra le assurdità sparate, degna di nota è la soluzione di gettare il rottame su una colata lavica attiva, se mai sfortunatamente un'eruzione potesse essere in corso entro l'arco di due settimane...
dopo i saluti, vado contento nel sacco a pelo pensando a domani ed alla ripartenza alla volta dell'est. spero il terreno rimanga calmo e tranquillo perché ieri notte presumo d'aver avvertito una scossa di terremoto: che sia venuta da quel camper tedesco in fondo al piazzale dove ogni tanto si vede spuntare fuori un'orca?
bah, cattiveria superflua!
dormi va, che è meglio...